Page 220 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n. 11.2-2018
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                   L’esemplare rappresenta la variante della medaglia contraddistinta da PRIN invece di
             DVX, dato che conferma la data 1585, poichè Alessandro ricevette la nomina a duca solo l’an-
             no seguente, nel 1586 (Affò 1788, p. 192, nota 128). Gli studiosi sono stati sinora concordi nel
             ritenere il condottiero dentro la tenda Alessandro Magno e il tipo del rovescio direttamente
             ispirato all’assedio di Tiro in cui Alessandro Magno sogna di inseguire e catturare un satiro.
             Per la raffigurazione del satiro e del rovescio del cat. 20 si vedano le riproduzioni del Van Loon
             1732, riprodotte alle figg. 10 e 11. Il personaggio nella tenda sarebbe quindi da identificare
             con Alessandro Magno (Armand ed altri; più recentemente Cocchi Ercolani 1997 e Cocchi
             Ercolani 2014). L’interpretazione sembra rafforzata dal modello che il giovane condottiero ma-
             cedone dovette rappresentare per l’altrettanto giovane duca che si accingeva ad emularne le
             conquiste e la gloria (sul riesame del modello di Alessandro Magno nell’iconografia monetale
             farnesiana si veda Ercolani Cocchi 2014, p. 407, utilizzato a partire dal cardinale Alessandro
             Farnese prima del pontificato, negli affreschi in Castel Sant’Angelo eseguiti da Perin del Vaga
             e aiuti, ed esplicitato nei tipi di due parpagliole della zecca di Parma, in cui la legenda SPECV-
             LATOR unita ai tipi Testa elmata di Alessandro Magno/Testa di Alessandro Parnese conferma-
             va l’obiettivo di Ottavio di rappresentare il figlio come emulo del Macedone: Ercolani Cocchi
             2014, p. 409, fig.151, b-c). In effetti, le analogie di Alessandro con il Macedone sono numerose,
             e vengono esaminate in un lungo e lusinghiero rendiconto dell’erudito Annibal Caro, in una
             lettera del 20 ottobre 1557 indirizzata alla corte del Re Cattolico e citata più sotto: “...questo
             Alessandro è servitore e figliuolo di questo Filippo, come il Magno fu figliuolo del Macedone...”.
                   Più cautamente, Affò, che probabilmente si rende conto della complessità della scena e
             soprattutto della difficoltà della descrizione e dell’interpretazione, si limita a vedere un per-
             sonaggio non identificato «che si alza dal letto svegliato da un Satiro, che sembra invitarlo a
             varcar il fiume, su cui sono stesi ponti di barche, e a prendere omai (sic) la Città, che mirasi
             dall’altra sponda». Un’interpretazione allegorica della scena è ipotizzata, a quanto risulta,
             solo a partire dal 2009, a proposito di un esemplare analogo (ma con la variante DVX nella
             legenda al R/) in asta CNG pubblicato il 3 dicembre 2009 (Nomos Auction 1, lot 192), la cui
             conservazione eccellente permette una lettura analitica e complessiva dell’intera scena, all’in-
             terno della quale i dettagli, pur minimi, risultano determinanti per una lettura più fedele del
             tipo al rovescio.
                   Pur partendo dall’assedio di Tiro, dalla biografia e dalla «vita parallela» di Alessandro
             il Grande, il tipo fu ideato con ogni probabilità da un erudito di corte vicino ad Alessandro
             Farnese, il quale era, com’è noto, molto attento alla rappresentazione araldica della sua dina-
             stia e, come molti altri principi di quel tempo, all’iconografia ermetica. Ed ecco che Annibal
             Caro nel 1557 (Opera del commendatore Annibal Caro, II, Lettere Familiari, Venezia 1757,
             pp. 84-86), rileva che come Alessandro Macedone, anche il giovanetto «padroncino» Alessan-
             dro, adottato alla corte di Filippo II, ha un «padre» che si chiama Filippo. Dieci anni dopo, la
             passione per l’araldica e l’ermetismo di Alessandro Farnese sarà testimoniata da una lettera
             del figlio Ranuccio I del 1595 in cui chiede al conte Cosimo Masi la restituzione «del libro del-
             le Imprese del S.re N[ost]ro Padre (...) che Voi avete portato di Fiandra» (ASParma, Carteggio
             farnesiano interno: gennaio-marzo 1595, cassetta 189, pubblicata da Colonna 2007 p. 186,
             doc. 51, tav. XXIV). Molto probabile anche che l’incisore dei conii fosse quello stesso Jacob
             Jonghelinck al quale proprio nel 1585 Alessandro aveva confermato l’incarico di maestro di
             zecca ad Anversa (attribuzione accreditata da Pollard 1976). E lo stesso incisore che aveva
             firmato due medaglie di Margherita moglie di Ottavio, come governatrice dei Paesi Bassi (su-
             pra, cat. 15-16).
                   Non solo quindi si possono ipotizzare puntuali indicazioni iconografiche ma anche un
             coinvolgimento, più o meno diretto, del Duca nella committenza della medaglia e nella scelta
             dei dettagli descrittivi dell’articolata composizione narrativa.
                   Sulla base di quanto sin qui osservato, appare quindi evidente che lo spunto dell’assedio
             di Tiro è solo un artificio dotto, un pretesto erudito, che ha finito con l’alimentare un’interpre-
             tazione parziale e quindi superficiale del tipo al rovescio. Come la data stessa impressa sulla
             medaglia (1585) denuncia, l’avvenimento storico che fa da sfondo è collocato in un luogo e
             in un tempo reale, l’assedio di Anversa, raffigurato tuttavia in secondo piano con l’insieme di



             UNA STORIA METALLICA RITROvATA. CATALOGO                                            S. Pennestrì
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