Page 15 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n. 12-2018
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MEDAGLIERI DI TORINO: UNA PREMESSA
Una delle più celebri testimonianze sulle raccolte numismatiche torinesi è quella del
grande storico inglese Edward Gibbon, che nel 1764 visita il museo sistemato al piano terra
dell’università, accompagnato dal conservatore Giuseppe Bartoli, un seguace non molto sti-
mato di Scipione Maffei. Gibbon è attratto dalle collezioni di antichità, ma soprattutto da quel-
le numismatiche: «Il Medagliere del Re è notevole. Ricco di pezzi soprattutto piccoli e medi,
ma un po’ scarso di pezzi d’oro e d’argento. Il signor Bartholi mi ha mostrato sacchi e cassetti
pieni di pezzi che non ha ancora esaminato e molti dei quali possono valere pochissimo. Mi
ha detto che in tutto saranno 60.000, ma ne dubito molto…». Che Bartoli avesse o no esage-
rato sui numeri, doveva trattarsi comunque di una raccolta notevole, frutto di una secolare
stratificazione, ora in parte ricostruita grazie soprattutto agli studi di Federico Barello .
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I conti di Savoia cominciano a battere monete d’oro a partire dal regno di Amedeo VI,
che nel 1352 commissiona i primi fiorini a un certo Bonaccorso Borgo di Firenze, capostipi-
te di una fortunata dinastia di mastri di zecca attivi tra Susa e Bourg-en-Bresse. Il passaggio
della capitale del Ducato da Chambéry a Torino, nel 1563, segna forse il primo passo di una
lunga serie di trasferimenti, smembramenti, dispersioni e ricomposizioni che caratterizzano
cinque secoli di storia delle collezioni sabaude di numismatica .
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Nel corso del Cinquecento e all’aprirsi del Seicento, fu determinante la passione colle-
zionistica di Emanuele Filiberto e di suo figlio Carlo Emanuele I: la collezione si arricchisce
per via di acquisti effettuati sul mercato antiquario, ma anche grazie alla tesaurizzazione dei
ritrovamenti che avvenivano nei siti dei grandi cantieri di ammodernamento della capitale e
delle città del contado. Da un inventario del 1631 sappiamo che la raccolta toccava gli 11.000
esemplari, e continuò a crescere negli anni successivi, unitamente alle altre serie di oggetti
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che formano l’armamentario tradizionale dell’antiquaria, i libri, la glittica, le oreficerie .
All’inizio del Settecento, l’ambiziosa azione di riforma dello stato promossa da Vittorio
Amedeo II comporta anche un radicale cambiamento di statuto della raccolta, ceduta in gran
parte all’Università per il nuovo Museo di Antichità istituito nel 1724. Lo smembramento in-
teressa anche, e non a caso, le raccolte librarie e quelle grafiche, migrate anch’esse in gran
numero dal Palazzo Reale verso l’Università, dove andranno a costituire il nucleo fondativo
dell’attuale Biblioteca Nazionale di Torino .
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Una dispersione ancora più grave, e ancora oggi difficilmente stimabile, si ebbe in età
napoleonica, con il trasferimento a Parigi di interi lotti delle collezioni di antichità che appar-
tenevano al Museo.
La situazione cambia nel 1831, con la salita al trono di Carlo Alberto, che dà avvio ad
una politica culturale di vasta portata e destinata ad incidere profondamente sul destino delle
raccolte sabaude e sulle istituzioni culturali della città. Nell’arco di soli dieci anni nascono
una Pinacoteca, una Biblioteca, un’Armeria; vengono riformati l’Accademia di Belle Arti e ri-
ordinato il Museo di Antichità; si delinea anche il progetto del nuovo Medagliere (tavv. I-III),
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affidato all’architetto di corte Pelagio Palagi e inaugurato nel 1837 . Per ognuna di queste
collezioni, Carlo Alberto disegna un profilo di moderna gestione, individuando spazi, arredi
e attrezzature, nominando conservatori e direttori competenti, e soprattutto inaugurando
una campagna di investimenti e di acquisti che ha l’obiettivo di risarcire e di aggiornare le
collezioni. In ogni campo si tratta di ordinare, catalogare, arricchire. Gli acquisti di monete,
spesso indirizzati a intere e importanti collezioni, vanno di pari passo con l’acquisto di libri
per la Biblioteca.
medaglieri di torino: una PremeSSa E. Pagella

