Page 70 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n. 11.1-2018
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68                                           Complesso Monumentale della Pilotta – CONTRIBUTI



                   È da questo momento che prende avvio la storia del Museo Archeologico Nazionale di
             Parma e del suo Medagliere, intrecciando le proprie sorti con l’impulso dato agli scavi arche-
             ologici condotti nella cittadina romana di Veleia, (tav. II) e rappresentando, nel corso della
             sua storia e in quella dei suoi direttori, un filo conduttore mai spezzato.
                   L’evento che destò l’interesse verso questo centro dell’Appennino piacentino fu il for-
             tuito ritrovamento, nel 1747, della Tabula alimentaria traianea, la più grande iscrizione su
             bronzo  del  mondo  romano  finora  conosciuta,  il  cui  studio  ed  interpretazioni  hanno  sino
             ad oggi coinvolto numerosi studiosi. Si rimanda ai loro contributi anche per le vicende che
             portarono finalmente a Parma la Tabula per merito del Ministro dell’Economia e degli Affari
             pubblici di Filippo I di Borbone (tav. III a-b), Guillaume Du Tillot, nel 1760. Sulla scia dell’in-
             teresse per l’antico che si andava diffondendo in tutta la penisola, si vuole dar prestigio e
             nuovo vigore anche al piccolo stato borbonico dotandolo di un Museo dove collocare reperti
             e collezioni.
                   Per questo motivo le indagini archeologiche vengono aperte, su richiesta del Ministro,
             il 14 aprile 1760 ma anche per esigenza emulativa nei confronti delle ricerche condotte tra le
             rovine di Ercolano e Pompei e in certi casi, forzando un po’ la mano, si stabiliscono analogie
             tra le sorti delle città campane e il centro appenninico. Pietro de Lama nelle sue Memorie de-
             gli scavi , ipotizza che il Municipium piacentino sia stato distrutto da un cataclisma avvenuto
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             nel VI sec.d.C. Le avvisaglie di frane e smottamenti erano state avvertite già da tempo, ma
             soprattutto le persone meno abbienti erano rimaste, “appunto come ripetutamente è accaduto
             sulle falde dell’ignovomo Vesuvio”.
                   Ancora nel 1867, il direttore Luigi Pigorini, non si sottrarrà al desiderio di trovare ul-
             teriori relazioni tra le antiche città romane affermando che “Velleia è per l’Alta Italia quello
             che Pompei è per l’Italia Meridionale. L’una forma col Museo Parmense quello che costituisce
             l’altra col Museo di Napoli” .
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                   L’esigenza di costituire uno Stabilimento, come il Museo viene spesso chiamato, che
             per raccolte e collezioni desse lustro al Governo di S.A.R. Don Filippo di Borbone (tav. III
             a-b), è sentita come una dimostrazione di ossequio nei confronti dell’autorità reale, ma non
             solo. Si tratta anche di far tornare il Ducato in possesso di beni artistici e collezioni anti-
             quarie dei quali era stato privato da Carlo VII, fratello di Don Filippo, già Duca di Parma
             e Piacenza, che aveva fatto trasportare a Napoli le raccolte farnesiane ritenendole patrimo-
             nio di famiglia. Ancora, studiosi ed eruditi, animati da crescente interesse per l’antico e da
             spirito collezionistico, vedono nel Museo un campo di ricerca sempre più stimolante. Le
             testimonianze raccolte nell’Archivio dimostrano come esponenti della cultura intrattengano
             tra di loro rapporti epistolari fittissimi su argomenti estremamente specifici ed assai dotti.
             Numerosi risultano anche i documenti relativi a viaggi di studio, con visite ai tanti Musei pri-
             vati che rappresentano quasi una moda nel periodo a cavallo tra l’epoca borbonica e quella
             napoleonica.
                   Il permesso di intraprendere campagne sistematiche a Veleia viene concesso, come già
             detto, nel 1760, cioè tredici anni dopo il ritrovamento della Tabula Alimentaria. Era tempo,
             quindi, di riportare alla luce tante pregevoli antichità, ma anche di frenare le appropriazioni
             indebite riconosciute e denunciate nei primi anni dell’800 da de Lama, che ci dà notizia di
             ricerche irregolari e non sempre lecite effettuate sul territorio dell’antico Municipium. Nelle
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             Memorie  egli afferma che i numerosi marmi reimpiegati nella costruzione della Pieve di Ma-
             cinesso e dell’annessa canonica dimostrano che il terreno era già stato scavato in precedenza,
             fatto confermato anche dalla presenza di statuette di “bronzo dorato” trovate presso alcune
             famiglie che in questo modo si erano arricchite, come i Rapazioli (o Rapaccioli). L’anno pre-
             cedente (1759) durante alcuni interventi archeologici non ancora ufficializzati, erano state
             trovate 182 monete, ma per la maggior parte consunte al punto da non poterne riconoscere
             il tipo. Prima di lui lo storico piacentino Poggiali, nella sua opera edita nel 1757, afferma che
             le antichità (e probabilmente anche le monete), “se non fossero state così malamente disperse,
             tutte insieme formar potevano un non dispregevole Museo” .
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                   Iniziate quindi nel 1760 e proseguite regolarmente fino al 1765 per poi protrarsi con
             sorti alterne per più di due secoli, le tante scoperte scandiscono con regolarità, soprattutto
             nei primi anni, le pagine dei Giornali di scavo.



             GLI SCAVI DI VELEIA E LA fORMAzIONE DEL MEDAGLIERE                                 M.C. Burani
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