Page 305 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n. 15/2021
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soprattutto ad Ercole o ad altri personaggi del mito (ad esempio gorgoni, arpie etc.). I gutti,
inoltre, sono spesso collegati a contesti funerari. Anche la collezione Casanatense conserva
un esemplare di tale produzione ceramica (cat. n. 23).
4. Le lucerne
La lucerna nasce intorno al II millennio a.C. come pratico strumento di illuminazione.
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Nel corso dei secoli subisce evoluzioni tecniche e formali e da profili aperti (“a ciotola” con
orlo talvolta sagomato per collocarvi lo stoppino) man mano si giunge a modelli con serba-
toio chiuso e beccuccio più pronunciato, realizzati a matrice bivalve.
Tra le tipologie più interessanti troviamo le cosiddette “Firmalampen”, così chiamate
per la presenza sul fondo di un bollo impresso a rilievo (indicante il nome dell’officina), pro-
dotte in area padana all’incirca dal I sec. d.C. fino al IV sec. d.C. L’esemplare posseduto dalla
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Biblioteca Casanatense (cat. n. 26) è riconducibile grazie al bollo “FORTIS” all’officina mo-
denese di L. Aemilius Fortis, attiva dalla metà del I al II sec. d.C.; presenta al centro del disco
superiore, come elemento decorativo, una maschera presumibilmente di fanciullo.
Un altro esemplare di rilievo (e che appartiene alla collezione) è una lucerna (cat. n. 27)
attribuibile al contesto paleocristiano per la presenza sul disco del monogramma di Cristo
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entro corona circolare affiancata da due palme. Grazie a un appunto risalente all’epoca del
suo ingresso in Biblioteca, sappiamo che è stata rinvenuta nel cimitero di Priscilla della via
Salaria nell’inverno del 1865 e acquistata nel settembre dello stesso anno da Padre Gatti, pre-
fetto dell’epoca della Casanatense.
Tra II e III secolo d.C. si riscontra una perdita di qualità nella produzione di lucerne.
A questo fenomeno sono riferibili due esemplari della collezione della Biblioteca (cat. nn.
24-25), con corpo globulare, beccuccio non ben distinto da esso e con decorazione a perline
nella parte superiore; questa produzione può essere considerata tarda ed è attestata fino alla
fine del IV sec. d.C.-inizi del V sec. d.C. circa.
5. Le decorazioni architettoniche fittili
L’uso di proteggere e, allo stesso tempo, di decorare le strutture di edifici (soprattutto
templari) con rivestimenti ed elementi in bronzo o in terracotta figurati è largamente attesta-
to in molti siti , dall’area greca e dall’Asia Minore fino alla penisola italica. Mentre, però, in
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Grecia dopo l’età arcaica l’utilizzo di decorazioni architettoniche fittili subisce una forte dimi-
nuzione, in area italica diventa estensivo (proseguendo, di fatto, anche per molti secoli dopo
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il periodo arcaico) . Ovviamente, vi sono delle differenze tra le produzioni etrusco-laziali e
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le produzioni dell’Italia meridionale, ma sembrerebbe che specialmente l’area campana abbia
svolto il ruolo di “tramite” tra nord e sud, costituendo il luogo in cui le forme e i tipi caratte-
ristici delle produzioni magnogreche e siceliote si siano potuti incontrare e fondere, in alcuni
casi, con quelli delle produzioni centro-italiche . La maggior parte degli elementi decorativi
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in terracotta veniva realizzata a stampo e molto spesso l’argilla veniva pressata a mano al
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suo interno, mentre elementi sporgenti o di dettaglio venivano modellati separatamente ed
applicati. A volte, poi, il soggetto poteva richiedere l’impiego di due o più stampi (come ad
esempio le antefisse con sileni e menadi da Satricum) . Dopo una prima cottura il pezzo
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poteva essere ricoperto da un sottile strato di ingobbio (sempre di argilla, molto depurata)
prima di essere nuovamente e definitivamente cotto e, infine, dipinto .
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La Biblioteca Casanatense conta, nella sua collezione, tre frammenti (cat. nn. 28-29-30)
di decorazioni architettoniche figurate fittili, che con molta probabilità potrebbero essere as-
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sociati alle cosiddette Lastre di tipo “Campana” . Queste ultime sono lastre di rivestimento in
terracotta, destinate ad adornare edifici pubblici e privati. Presentano generalmente bassori-
lievi, sono realizzate a matrice, prodotte in serie e, in origine, dovevano essere dipinte (alcuni
esemplari sono stati rinvenuti con tracce di colore ancora conservate). Prendono il loro nome
dal marchese Giampietro Campana, il quale svolse molti scavi a Roma e dintorni. Alla prima
metà dell’Ottocento ne aveva raccolto già un ricco numero, pubblicando il catalogo nel 1842;
tuttavia, la collezione viene venduta tra il 1859 e il 1861 e negli anni dispersa tra diversi mu-
La coLLezione di reperti archeoLogici E. Vatta
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