Page 231 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n. 11.1-2018
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Complesso Monumentale della Pilotta – CONTRIBUTI                                            229



                  “La materia, egli dice, non è una lega, bensì rame mal raffinato, duro e fraglie. Ha rot-
            tura secca, granellosa che, recente, ha colore di rame, ma col tempo subisce l’azione dell’aria
            e si fa rugginosa. Come l’analisi lo indica, questo metallo è stato tratto da calcopirite, mine-
            rale di rame che s’incontra in varie province d’Italia, e di cui la Toscana ha miniere molto
            importanti. Il metodo per ottenere il rame puro dalla calcopirite esige una serie di operazioni
            i cui processi non erano sicuramente a cognizione degli antichi, i quali, se possedevano e
            lavoravano quantità prodigiose di questo metallo, egli è perché avevano a loro disposizione
            miniere, oggi esaurite, di rame nativo e rame carbonato, che non richieggiono quasi altra
            operazione che una semplice fusione”.


                  I risultati del metallo analizzato hanno pertanto dato una composizione su 1000 parti di:
            rame (gr. 0.685), ferro (0.234), arsenico (0.035), residuo insolubile nell’acido nitrico (0.040),
            antimonio, nichelio, cobalto (gr. 0.006). Risulta quindi chiaro, si conclude, che si tratta di pani
            di rame dove gli altri elementi non sono che scorie impossibili da eliminare.
                  Segue poi il confronto con altri esemplari simili trovati nella regione: due a Marzabotto,
            uno a Levizzano di Castelvetro (Modena), otto provenienti da Servirola di San Polo d’Enza
            (Reggio Emilia). Pigorini sottolinea infine che le stazioni di Marzabotto e Servirola sono etru-
            sche mentre non manca di affermare che, al contrario, altri lingotti con queste caratteristiche
            non sono stati trovati né nella necropoli di Villanova né in quella della Certosa di Bologna.
            L’Autore conclude dicendo:
                    “Devesi pertanto ritenere che l’aes signatum non si trova in Villanova, che gli Etruschi
            propriamente tali sono, per le province dell’Emilia, quelli che per primi appariscono in Mar-
            zabotto e in Servirola, e che presso di questi soltanto s’incontra per la prima volta nell’Emilia
            l’aes signatum. Se si tien conto di tali circostanze, e si bada che fu soltanto nel periodo suc-
            cessivo, vale a dire in quello durante il quale si deposero le tombe più numerose ma meno an-
            tiche della Certosa, che all’aes signatum si sostituì l’aes grave, come ne è prova il fatto di non
            aver trovato il primo nella Certosa e di avervi per contrario scoperto il grave, pare dimostrato
            che le monete fuse e quadrate dell’Emilia, quindi pur quelle di Quingento, non solo siano
            etrusche, ma che risalgano all’epoca della prima venuta dei Tirreni nella valle del Po. In altri
            termini poi, ove si ammetta che nell’Etruria Circumpadana sono da distinguersi tre epoche,
            cioè l’antica di Villanova, la mediana di Marzabotto e la terza della Certosa, l’aes signatum,
            che si rinviene nelle province dell’Emilia risale soltanto a quella di mezzo”.

                  Le caratteristiche dell’intero ripostiglio non possono tuttavia essere indagate comple-
            tamente da Pigorini poiché smembrato fin dalla scoperta: “le monete rinvenute erano in nu-
            mero di otto, sei delle quali esistono ora nel Museo di Parma (figg. 2-3), e due presso un mio
            concittadino”. Gli altri due pani, trovati in un fondo confinante, non furono infatti consegnati
            dalla proprietaria del terreno che li vendette fuori Parma. Solo in seguito furono identificati:
            uno a Firenze, presso la raccolta di oggetti antichi appartenente al già ricordato marchese
            Carlo Strozzi, l’altro fu acquistato dal Münzkabinett Staatliche Museen di Berlino . Mentre il
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            pezzo di Berlino è sempre rimasto in quella sede, del secondo si persero le tracce nel 1907
            quando la collezione del Marchese fu venduta all’asta. Le vicende del lingotto sono state
            pazientemente ricostruite tramite documenti e vecchie carte conservate nel Museo Correr
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            di Venezia da Cristina Crisafulli . Nel Registro degli acquisti 1907 del museo veneziano era
            riportato l’ingresso di un aes signatum acquistato da Nicola Maier per 500 lire la cui descri-
            zione corrispondeva a quella del catalogo dell’asta Strozzi. Nonostante tutte le notizie e gli
            indizi della presenza dell’aes signatum in questa sede, però, il pezzo sembrava impossibile
            da reperire: finalmente, nel 2011, in uno dei depositi del Museo, è stata ritrovata una piccola
            teca di vetro contenente il lingotto di Quingento.
                  Tornando all’articolo del 1874, notiamo che i dati in possesso di Pigorini sono riportati
            nella conclusione: in essa egli distingue i sei pani conservati in Museo dai due che non ne
            fanno parte ma di cui conosce il peso. Infine, aggiunge altri due esemplari assimilabili ai pre-
            cedenti, dei quali non dà però alcuna descrizione né il peso, poichè “di provenienza ignota”
            e quindi inutilizzabili ai fini di una ricerca scientifica.



            LUIGI PIGORINI (1867-1875)                                                         M.C. Burani
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