Page 281 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato - N. 18/2023
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Notiziario PNS n. 18/2023                                                                  281


                 Da cinque anni noi andiamo dicendo che la popolazione italiana straripa. Non è vero! Il fiu-
                 me non straripa più; sta rientrando abbastanza rapidamente nel suo alveo. Tutte le nazioni e
                 tutti gli imperi hanno sentito il morso della loro decadenza, quando hanno visto diminuire il
                 numero delle loro nascite. Che cosa è la pace romana di Augusto? La pace romana di Augu-
                 sto è una facciata brillante, dietro la quale già fermentano i segni della decadenza. E in tutto
                 l’ultimo secolo della seconda Repubblica, da Giulio Cesare, che mandò i suoi legionari muniti
                 di tre figli nelle terre fertili del mezzogiorno, alle leggi dì Augusto, agli ordines maritandi,
                 l’angoscia è evidente. Fino a Traiano tutta la storia di Roma, nell’ultimo secolo della Repub-
                 blica e dal primo al terzo secolo dell’Impero, è dominata da questa angoscia: l’Impero non si
                 teneva più, perché doveva farsi difendere dai mercenari.
                 Problema: queste leggi sono efficaci? Queste leggi sono efficaci, se sono tempestive. Le leggi
                 sono come le medicine: date ad un organismo che è ancora capace di qualche reazione, gio-
                 vano; date ad un organismo vicino alla decomposizione, ne affrettano, per le loro congestioni
                 fatali, la fine. Non si può discutere se le leggi di Augusto abbiano avuto efficacia. Tacito diceva
                 di no; Bertillon, dopo venti secoli, diceva di sì, in un suo libro molto interessante, dedicato
                 allo spopolamento della Francia. Comunque, sta di fatto che il destino delle nazioni è legato
                 alla loro potenza demografica. Quand’è che la Francia domina il mondo? Quando poche fami-
                 glie di baroni normanni erano così numerose che bastavano a comporre un esercito. Quando,
                 durante il periodo brillante della Monarchia, la Francia aveva questa orgogliosa divisa: Egale à
                 plusieurs; e quando, accanto ai venticinque o trenta milioni di francesi, non c’erano che pochi
                 tedeschi, pochi milioni di italiani, pochi milioni di spagnoli. Se vogliamo intendere qualche
                 cosa di quello che è successo negli ultimi cinquant’anni di storia europea, dobbiamo pensare
                 che la Francia, dal ’70 ad oggi, è aumentata di due milioni di abitanti, la Germaniadi venti-
                 quattro, l’Italia di sedici. Andiamo ancora nel profondo di questo problema che mi interessa.
                 Qualcuno ritiene – altro luogo comune che oggi si demolisce – che la Francia sia la nazione
                 a più basso livello demografico che vi sia in Europa. Non è vero. La Francia si è stabilizzata
                 sul diciotto per mille di natalità da circa quindici anni. Non solo, ma in certi dipartimenti
                 francesi vi è un risveglio della natalità. La nazione che tiene il primato in questa triste faccen-
                 da è la Svezia, che è al diciassette per mille, mentre la Danimarca è al ventuno, la Norvegia
                 al diciannove e la Germania è in piena decadenza demografica: dal trentacinque per mille, è
                 discesa al venti. Mancano due punti e sarà al livello della Francia. Anche l’Inghilterra non è
                 in condizioni brillanti. Nel 1926 il suo livello di natalità è stato il più basso d’Europa: sedici e
                 sette per mille. Delle nazioni europee, quella che tiene la palma, è la Bulgaria, col quaranta
                 per mille; poi vengono altre nazioni con livelli diversi; e finalmente vale la pena di occuparsi
                 dell’Italia. Il quinquennio di massima natalità fu tra il 1881 e il 1885, con trentotto nati vivi su
                 mille; il massimo fu nel 1886, con trentanove. Da allora siamo andati discendendo, cioè dal
                 trentasette o trentacinque per mille siamo discesi oggi al ventisette. È vero che di altrettanto
                 sono diminuite le morti; ma l’ideale sarebbe: massimo di natalità, minimo di mortalità. Molte
                 regioni d’Italia sono già al disotto del ventisette per mille. Le regioni che stanno al disopra
                 sono la Basilicata, ed io le tributo il mio plauso sincero, perché essa dimostra la sua virilità e
                 la sua forza. Evidentemente la Basilicata non è ancora sufficentemente infetta da tutte le cor-
                 renti perniciose della civiltà contemporanea. (Commenti). Vengono poi le Puglie, la Calabria,
                 la Campania, gli Abruzzi, il Veneto, la Sardegna, le Marche, l’Umbria il Lazio. Le regioni che si
                 tengono sul ventisette per mille sono l’Emilia e la Sicilia; al disotto la Lombardia, la Toscana,
                 il Piemonte, la Liguria, la Venezia Tridentina e Giulia. Nel 1925, la popolazione è aumentata di
                 quattrocentosettantamila abitanti nel 1926, di soli quattrocentodiciottomila. La diminuzione è
                 notevole. Questo ancora non basta. C’è un tipo di urbanesimo che è distruttivo, che isterilisce
                 il popolo, ed è l’urbanesimo industriale. Prendiamo le cifre delle grandi città, delle città che
                 si aggirano sul mezzo milionedi abitanti o lo superano. Non sono brillanti queste cifre. Tori-
                 no, nel 1926, è diminuita di cinquecento trentotto abitanti. Vediamo Milano: è aumentata di
                 ventidue abitanti. (Commenti). Genova è aumentata dicentosessantotto abitanti. Queste sono
                 tre città a tipo prevalentemente industriale. Se tutte le città italiane avessero di queste cifre,
                 fra poco saremmo percossi da quelle angosce che percuotono altri popoli. Fortunatamente


                 Appendice documentAriA





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