Page 302 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n. 11.1-2018
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             FiG. 5 – Museo archeoloGico NazioNale  di ParMa, MedaGliere. Statere, argento, zecca di Laus, 480-460 a.C. (Vetrine,
             cat. 147). © Mibact - CMP.



                   Gli esemplari della zecca di Terina, infine — otto argenti e sei bronzi — sono docu-
             mento della storia monetaria della polis a partire dalla seconda delle fasi individuate da Ross
             Holloway e Jenkins e conclusasi tra la fine del IV e i primi del III sec. a.C.
                   Da questa sintesi è possibile dedurre come la fama della sezione magnogreca del Me-
             dagliere del Museo Nazionale di Parma sia ampiamente meritata: pur non essendo tra le più
             cospicue raccolte italiane sul piano numerico, la qualità e la peculiarità dei singoli esemplari
             restituiscono appieno l’immagine di quello che nell’Ottocento poteva considerarsi esempio
             di un raccogliere e di un collazionare esaustivo. L’ambizione verso una raccolta di pregio sul
             piano estetico, necessaria premessa per la funzione comunicativa, se non proprio pedagogica,
             del raccogliere non prescinde infatti dalla prospettiva del documentare frammenti di storia
             della Penisola, di rinforzare e fornire nuovi argomenti al discorsi postunitari sulla “identità”
             dei luoghi. Tematiche profondamente sentite e messe in pratica con la istituzione delle com-
             missioni d’arte in tutte le principali città italiane a partire dalla seconda metà dell’Ottocento,
             alle quali seguiva immancabilmente la fondazione di musei locali. Al di là dunque del pia-
             cere dell’erudizione e della sete anche narcisistica del possesso di qualche reperto di valore
             (economico, storico, artistico), raccolte come quelle del marchese Strozzi servono oggi non
             solo a sostanziare gli studi scientifici e monografici di storia e archeologia dell’Italia antica,
             ma anche a raccontare un’Italia di nicchia, fatta di instancabili amanti e cercatori del bello e
             dell’utile che, agli occhi di un uomo dell’Ottocento, l’antico ancora porta in sé.
                   Quest’ultima  posizione,  antropologicamente  interessante  sul  piano  della  storia  della
             formazione della cultura e dell’identità nazionali, è oggi appannaggio di quanti prendono
             in considerazione il reperto monetale nel suo aspetto venale, considerato alla stregua di un
             oggetto e non di un reperto, in una prospettiva di “uso” dei dati ricavabili dal buono stato di
             conservazione che solo in secundis sono funzionali al discorso storico.
                   Da una posizione diametralmente opposta parte chi, lavorando sulle collezioni museali,
             intende restituire storicità sia ai reperti sia all’azione di quanti, più o meno consapevolmente,
             nel tempo si sono resi parte attiva della costruzione della memoria collettiva del nostro Paese,
             partendo dal recupero di piccole cose che, inscritte in un più ampio paradigma, prendono un
             senso, un significato, un rilievo a cui i singoli oggetti non potrebbero in alcun modo aspirare.

                                                                                           GIORGIA GARGANO



             LE MONETE LUCANE E BRUzIE                                                           G. Gargano
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