Page 39 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n.2-2013
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Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia   – CONTRIBUTI                     39


         giato con il denaro frisacense. Oltre a questo fattore, fu
         forse determinante il fatto che Venezia smise di coniare
         denari e preferì dedicarsi, in una data non nota ma certa­
         mente sotto il dogato di Enrico Dandolo, alla coniazione
         della prima moneta “grossa”: un multiplo da 26 denari,
         che ufficialmente si chiamò ducato d’argento, ma che era
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         noto appunto con la dicitura grosso o matapan . Possia    ­
         mo datare alla metà del XII secolo la perfetta integrazione
         di numerari veronese e veneziano, ma ad imitazione di
         questo anche altre zecche locali (come Aquileia) di lì a
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         poco iniziarono a battere moneta .
              La supremazia del sistema veronese-veneziano durò
         fino al 1260 circa, quando il mercato monetario del Trive­
         neto fu scosso da importanti cambiamenti: la zecca tirole ­
         se di Merano, che poteva attingere ad abbondanti risorse
         argentifere,   dalla metà del XIII secolo avviò la produzione


                                                                                               i
         dei grossi aquilini, così chiamati perché portavano al drit ­  Fig.    4  –  SoPrinTEnDEnza  PEr        bEni  archEologi ­
                                                                          DEl  Friuli  vEnEzia  giulia, DEPoSiTi. Denaro in



         to il tipo dell’aquila e al verso una grande croce che ta­    ci
                                                                       argento (D/) del Patriarca Ottobono de’ Razzi
         gliava il campo e la legenda . Grazie alla sua svalutazione   (1302-1315) emesso dalla Zecca di Aquileia. ©
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         nell’intrinseco, rispetto al valore nominale, il grosso aqui­  SBAFVG.
         lino ebbe rapida ed ampia diffusione. La conseguenza fu
         che i piccoli denari crociati veronesi scomparvero dal mercato e Venezia, per tentare di difendere
         la propria economia monetaria, riprese a coniare moneta piccola impoverendola ancora d’argento.
         Uno di questi primi denari della “ripresa”, emesso dal doge Lorenzo Tiepolo (1268-1275), è stato re  ­

         cuperato nella US 14 degli scavi del Duomo (cat.   5). La tipologia, benché nel nostro esemplare non

         sia di facile lettura, è tradizionale per i denari della zecca veneziana: sia al dritto che al rovescio una
         croce è inscritta in un cerchio lineare; la legenda al dritto è +LA.TE.DVX, mentre al rovescio (con
         le lettere S distese) è la legenda +S.MARCVS. Anche un successore di Tiepolo, Giovanni Dandolo
         (1280-1289) tentò di contrastare il diffondersi della moneta tirolese applicando provvedimenti di
         tipo monetale: rivalutò il valore nominale della moneta grossa portandolo da 26 denari parvi fino
         a 32 , ma vanamente. Due denari di Giovanni Dandolo sono stati raccolti nell’ossario gemonese
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         sempre dalla US 14 (cat. 6-7). La tipologia è simile a quella dei denari di Lorenzo Tiepolo (croce su
         entrambe le facce), ma con legenda +IO.DA.DVX.
              Se fino a metà XIII secolo circa il piccolo veronese era rimasto la moneta più utilizzata nelle
         transazioni minute, nella seconda metà fecero ingresso in regione oltreché monete veneziane anche
         monete di altre zecche come quelle di Padova, Brescia e Mantova . La testimonianza concreta di
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         questa presenza riguarda, nell’ossario di Gemona, due denari della Repubblica di Padova: essi, pro­
         venienti dalla base della US 14, nei pressi della catasta di ossa individuata come primaria (cat. 3-4),
         sono caratterizzati da un tondello scodellato. La data di coniazione degli esemplari è assegnabile
         ante 1271-1328: essi portano su ambedue le facce una stella a 6 raggi con la legenda +CIVITAS al
         dritto e +DEPADVA al rovescio. Il primo esemplare ritrovato (cat. 3) presenta una concrezione sulla
         faccia interna, mentre all’esterno è estremamente leggibile. Il secondo, invece, si evidenzia per una
         peggior qualità di conservazione (cat. 4).
              I perturbamenti monetari innescati dall’ingresso nella circolazione in territorio friulano dalle
         monete di Merano a metà XIII secolo spinsero la zecca patriarcale di Aquileia a prendere serie ini   ­
         ziative per reagire alla tesaurizzazione forzata a cui era sottoposto il suo denaro di piede frisacen ­
         se. Dopo un primo tentativo di introduzione di denari piccoli da parte di Gregorio di Montelongo
         (1251-1269)  ad imitazione delle monete crociate veronesi, i patriarchi provvidero a ritariffare le
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         proprie emissioni per adattarle al cambio con la moneta meranese probabilmente per avvantaggiar      ­
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         si nei contratti commerciali col mondo tedesco . La scelta aquileiese si dimostrò opportuna: a fine
         XIII secolo Aquileia emerse sulle concorrenti zecche italiane avviando una politica commerciale di
         ampio respiro che vedeva il suo coinvolgimento con traffici in Stiria,   in Carinzia e nell’area balca­
         nica . E’ infatti dei primi anni del secolo successivo l’esemplare di moneta di Aquileia nel sacello
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         di San Michele a Gemona (cat. 8, figg. 4-5): un bellissimo denaro del Patriarca Ottobono de’ Razzi


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