Page 300 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato - N. 18/2023
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                  Segue, dal 1934 al 1936, la politica dei protocolli di Roma. Nel frattempo le condizioni gene-
                  rali dell’Europa e dell’Austria sono profondamente mutate. La solidarietà diplomatica dell’I-
                  talia con le potenze occidentali viene – spezzata dalle sanzioni e dal tentativo confessato di
                  strangolare il popolo italiano.
                  Nell’ottobre del 1936 si crea l’Asse Roma-Berlino. In Austria il movimento, per quanto per-
                  seguitato dagli organi dell’esecutivo, si sviluppa con una impressionante velocità, dovuta
                  non solo ad una comunità di idee, ma soprattutto al risorgere rapido della potenza politica e
                  militare della Germania. Il momento in cui l’Italia consiglia l’Austria di riavvicinarsi alla Ger-
                  mania, perché uno Stato che si proclama tedesco non può esistere in funzione antigermanica.
                  Questo era un assurdo storico, politico, morale. Nascono, con l’approvazione dell’Italia, gli
                  accordi austro-germanici del luglio 1936, i quali anch’essi partono dalla pregiudiziale che
                  l’Austria si professa come uno Stato tedesco.
                  Malgrado gli accordi comincia un nuovo periodo di tensione. Nell’incontro di Venezia dell’a-
                  prile 1937 faccio chiaramente intendere al cancelliere che l’indipendenza dell’Austria era
                  questione che riguardava in primo luogo gli austriaci e che l’Asse Roma-Berlino era il fonda-
                  mento della politica estera italiana.
                  L’incontro del 12 febbraio tra i due cancellieri rappresenta l’estremo tentativo per una solu-
                  zione di compromesso, che avrebbe forse ritardato, non certo evitato, la soluzione finale.
                  Discorso di Hitler il 20 febbraio, discorso di Schuschnigg il 24 sorge l’idea di un plebiscito
                  improvviso. Alle ore 12 del 7 marzo un fiduciario di Shuschnigg mi domanda il mio pensiero
                  sul plebiscito e sulle sue modalità; era la prima volta dopo molti mesi. Gli rispondo nella ma-
                  niera più perentoria che si trattava di un errore. «Questo ordigno – dissi – vi scoppierà tra le
                  mani». Sarebbe di pessimo gusto vantarmi di questa troppo facile previsione.
                  Ora negli ambienti diplomatici e giornalistici di tutto il mondo imperversano rimpianti, pole-
                  miche, moniti: mucchio di parole inutili che non fermano la storia.
                  Ai circoli più o meno ufficiali d’Oltralpe che ci domandano perchénon siamo intervenuti per
                  « salvare» l’indipendenza dell’Austria, rispondiamo che non avevamo mai assunto alcun impe-
                  gno del genere, né diretto o indiretto, né scritto o verbale.
                  Gli austriaci, bisogna proclamarlo, hanno sempre avuto il comprensibile pudore di non do-
                  mandarci dei gesti di forza per· difendere l’indipendenza dell’Austria, perché noi avremmo
                  risposto che un’indipendenza la quale ha bisogno degli aiuti militari stranieri, anche contro
                  la maggior parte del proprio popolo, non è più tale. Chi conosce gli austriaci sa che le prime
                  resistenze a un nostro intervento sarebbero venute da loro.
                  L’interesse dell’Italia all’indipendenza dello Stato federale austriaco esisteva; ma si basava
                  evidentemente sulla pregiudiziale che gli austriaci tale indipendenza volessero, almeno nella
                  loro maggioranza; ma quanto accade in questi giorni nelle terre austriache dimostra che l’a-
                  nelito profondo del popolo era per l’Anschluss .
                  Ai superstiti cultori di un machiavellismo deteriore che noi respingiamo, si può osservare
                  che, quando un evento è fatale, val meglio che si faccia con voi, piuttosto che malgrado voi,
                  o, peggio, contro di voi.
                  In realtà è una rivoluzione nazionale quella che si compie, e noi italiani siamo i più indicati
                  acomprenderla nelle sue esigenze storiche e anche nei suoi metodi, che sembrano sbrigativi,
                  come furono sempre quelli di tutte le rivoluzioni.
                  Noi non abbiamo fatto nulla di diverso tra il 1859 e il 1861. Io vi esorto alla storia, o signori.
                  Dopo la pace di Villafranca, l’Italia fu scossa da un irrefrenabile impulso unitario come non
                  mai. Cavour, il grande, autoritario Cavour, lo incanalò con questo sistema: moti di popolo
                  (meglio sarebbe dire moti di minoranze); fuga dei Governi antico regime; intervento delle
                  truppe piemontesi, le quali non venivano considerate truppe di un esercito invasore, ma
                  truppe nazionali e come tali entusiasticamente acclamate dalle popolazioni; occupazioni dei
                  territori; infine plebisciti.
                  E tutto ciò si svolse con una rapidità fantastica, che non ha nulla da invidiare alla rapidità
                  degli odierni avvenimenti austriaci. Le Marche furono occupate dalle truppe piemontesi nel
                  settembre del 1860 e plebiscitate nell’ottobre; Garibaldi entra a Napoli il 7 settembre del 1860



                  Appendice documentAriA





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