Page 394 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n. 11.1-2018
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             tro Paolo Borner (LOPEz 1869, p. 183). Nello stemma di questi testoni i gigli sono resi come delle piccole cro-
             cette; nello stesso modo si trovano incisi sulle lire senza sigle di Francesco Farnese (cfr. infra e cat. n. 214).
             227  Cfr. Affò 1788, p. 301.
             228  Ivi, p. 284.
             229  Ivi, p. 291.
             230  Cfr. BELLESIA 2006, p. 6.
             231  Per questo periodo non sono noti documenti riguardanti l’eventuale attività della zecca piacentina (Cfr.
             CROCICChIO fUSCONI 2007, pp. 425-437).
             232  Affò 1788, p. 312.
             233  Della stessa opinione sono anche Crocicchio e Fusconi (CROCICChIO, fUSCONI 2007, 455, nota n. 479).
             Ciò potrebbe essere una conferma dell’utilizzo della zecca di Piacenza anche per le ultime coniazioni di
             Ranuccio II.
             234  Cfr. CROCICChIO, fUSCONI 2007, pp. 455-457. I Camozzi tennero la zecca forse dal gennaio 1702 all’agosto
             1703. Nel luglio del 1704 la conduzione dell’officina monetaria piacentina fu nuovamente appaltata al Gual-
             tieri (ibidem). Al Museo Correr di Venezia è costudita una coppia di conî a rullo per battere monete da una
             lira a nome di Francesco Farnese; poiché recano la sigla AC si possono assegnare agli zecchieri Camozzi
             (CRISAfULLI 2001).
             235  Affò 1788, pp. 313-314.
             236  CROCICChIO, fUSCONI 2007, p. 459.
             237  Ibidem.
             238  Affò 1788, p. 317.
             239  Ivi, p. 318.
             240  CROCICChIO, fUSCONI 2007, p. 467.
             241  Elisabetta Farnese era figlia del duca Odoardo Farnese e di Dorotea Sofia di Neuburg.
             242  La scritta del carlino si può infatti tradurre in ‘Presto ci sarà [moneta] d’oro’ (TRAINA 2006, p. 31, ad
             vocem).
             243  Sicuramente un ricco bottino (cfr. ASCIONE, BERTINI 2015, p. 9).
             244  CROCICChIO, fUSCONI 2007, pp. 471-476. Su queste monete Maria Teresa porta i titoli di regina di Boemia e
             Ungheria e di duchessa di Piacenza.
             245  LOPEz 1869, p. 110.
             246  Ibidem. Secondo Lopez si sarebbe trattato di una carica puramente onorifica.
             247  Ivi, p. 113.
             248  Ibidem.
             249  Affò 1788, p. 343. Una breve scheda biografica del Siliprandi è in LASAGNI 1999, IV, ad vocem, p. 416,
             con bibliografia precedente. Cirillo e Godi segnalno che negli anni tra il 1784 e il 1786/87 lo scultore
             parmigiano Giuseppe Sbravati (1743-1818) lavorò in zecca come incisore, ma non è chiaro in che cosa
             consisté il suo incarico (CIRILLO, GODI 1994, p. 41). Una biografia dello Sbravati è in LASAGNI 1999, IV,
             pp. 345-352.
             250  Giovanni Zanobio Weber (Firenze, 1737?-1808) è stato un incisore e medaglista italiano, attivo soprattut-
             to a Firenze, sua città natale.
             251  Affò 1788, p. 343; LOPEz 1769, p. 116.
             252  BELLESIA 2009b, p. 42. Lo stralcio farebbe parte di una lettera scritta dal delegato alla zecca, conte Cesare
             Ventura. Bellesia purtroppo non indica né gli estremi né la collocazione attuale della lettera da lui pubbli-
             cata, della quale però non si ha alcun motivo di dubitare.
             253  «Affinché... [il Siliprandi] possi impratichirsi particolarmente del modo, con cui lo stesso Werber facilita
             le incisioni», scrive il Ventura.
             254  Come, in effetti, si può notare sugli esemplari del 1783.
             255  Lopez liquida la questione in poche righe affermando sprezzantemente che dei tre incisori, Carrara,
             Siliprandi e Weber, «niuno di essi si potrebbe chiamare valente: il Weber però lo fu meno degli altri» (LOPEz
             1869, p. 116). Dei tre artisti mi pare che comunque l’opera del Carrara sia senz’altro la migliore. Forse per
             il gusto del momento particolare in cui egli lavorò, o forse per una capacità e abilità superiori a quelle
             degli altri due, o forse per entrambi i motivi, i suoi conî, soprattutto i rovesci (anche quelli di dimensioni
             ridotte), spiccano per ricchezza di particolari e raffinatezza. I gigli farnesiani, le aquile gonzaghesche e le
             torri di Castiglia sono sempre ben tratteggiate e i disegni sottili e ‘puliti’. Sulle monete di Weber e ancor
             più in quelle del Siliprandi, spesso i particolari si perdono e le immagini sono accennate con tratti veloci,



             MONETE MEDIEVALI E MODERNE E zECCA DI PARMA                                          M. Bazzini
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