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392 Complesso Monumentale della Pilotta – VETRINE
tro Paolo Borner (LOPEz 1869, p. 183). Nello stemma di questi testoni i gigli sono resi come delle piccole cro-
cette; nello stesso modo si trovano incisi sulle lire senza sigle di Francesco Farnese (cfr. infra e cat. n. 214).
227 Cfr. Affò 1788, p. 301.
228 Ivi, p. 284.
229 Ivi, p. 291.
230 Cfr. BELLESIA 2006, p. 6.
231 Per questo periodo non sono noti documenti riguardanti l’eventuale attività della zecca piacentina (Cfr.
CROCICChIO fUSCONI 2007, pp. 425-437).
232 Affò 1788, p. 312.
233 Della stessa opinione sono anche Crocicchio e Fusconi (CROCICChIO, fUSCONI 2007, 455, nota n. 479).
Ciò potrebbe essere una conferma dell’utilizzo della zecca di Piacenza anche per le ultime coniazioni di
Ranuccio II.
234 Cfr. CROCICChIO, fUSCONI 2007, pp. 455-457. I Camozzi tennero la zecca forse dal gennaio 1702 all’agosto
1703. Nel luglio del 1704 la conduzione dell’officina monetaria piacentina fu nuovamente appaltata al Gual-
tieri (ibidem). Al Museo Correr di Venezia è costudita una coppia di conî a rullo per battere monete da una
lira a nome di Francesco Farnese; poiché recano la sigla AC si possono assegnare agli zecchieri Camozzi
(CRISAfULLI 2001).
235 Affò 1788, pp. 313-314.
236 CROCICChIO, fUSCONI 2007, p. 459.
237 Ibidem.
238 Affò 1788, p. 317.
239 Ivi, p. 318.
240 CROCICChIO, fUSCONI 2007, p. 467.
241 Elisabetta Farnese era figlia del duca Odoardo Farnese e di Dorotea Sofia di Neuburg.
242 La scritta del carlino si può infatti tradurre in ‘Presto ci sarà [moneta] d’oro’ (TRAINA 2006, p. 31, ad
vocem).
243 Sicuramente un ricco bottino (cfr. ASCIONE, BERTINI 2015, p. 9).
244 CROCICChIO, fUSCONI 2007, pp. 471-476. Su queste monete Maria Teresa porta i titoli di regina di Boemia e
Ungheria e di duchessa di Piacenza.
245 LOPEz 1869, p. 110.
246 Ibidem. Secondo Lopez si sarebbe trattato di una carica puramente onorifica.
247 Ivi, p. 113.
248 Ibidem.
249 Affò 1788, p. 343. Una breve scheda biografica del Siliprandi è in LASAGNI 1999, IV, ad vocem, p. 416,
con bibliografia precedente. Cirillo e Godi segnalno che negli anni tra il 1784 e il 1786/87 lo scultore
parmigiano Giuseppe Sbravati (1743-1818) lavorò in zecca come incisore, ma non è chiaro in che cosa
consisté il suo incarico (CIRILLO, GODI 1994, p. 41). Una biografia dello Sbravati è in LASAGNI 1999, IV,
pp. 345-352.
250 Giovanni Zanobio Weber (Firenze, 1737?-1808) è stato un incisore e medaglista italiano, attivo soprattut-
to a Firenze, sua città natale.
251 Affò 1788, p. 343; LOPEz 1769, p. 116.
252 BELLESIA 2009b, p. 42. Lo stralcio farebbe parte di una lettera scritta dal delegato alla zecca, conte Cesare
Ventura. Bellesia purtroppo non indica né gli estremi né la collocazione attuale della lettera da lui pubbli-
cata, della quale però non si ha alcun motivo di dubitare.
253 «Affinché... [il Siliprandi] possi impratichirsi particolarmente del modo, con cui lo stesso Werber facilita
le incisioni», scrive il Ventura.
254 Come, in effetti, si può notare sugli esemplari del 1783.
255 Lopez liquida la questione in poche righe affermando sprezzantemente che dei tre incisori, Carrara,
Siliprandi e Weber, «niuno di essi si potrebbe chiamare valente: il Weber però lo fu meno degli altri» (LOPEz
1869, p. 116). Dei tre artisti mi pare che comunque l’opera del Carrara sia senz’altro la migliore. Forse per
il gusto del momento particolare in cui egli lavorò, o forse per una capacità e abilità superiori a quelle
degli altri due, o forse per entrambi i motivi, i suoi conî, soprattutto i rovesci (anche quelli di dimensioni
ridotte), spiccano per ricchezza di particolari e raffinatezza. I gigli farnesiani, le aquile gonzaghesche e le
torri di Castiglia sono sempre ben tratteggiate e i disegni sottili e ‘puliti’. Sulle monete di Weber e ancor
più in quelle del Siliprandi, spesso i particolari si perdono e le immagini sono accennate con tratti veloci,
MONETE MEDIEVALI E MODERNE E zECCA DI PARMA M. Bazzini

