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38 Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia – CONTRIBUTI
FiG. 9 – muSeo nazionale arCheoloGiCo di taranto, Medagliere, Ripostiglio Taranto 1883 n. 1, nòmos di argento emesso dalla
zecca di Tarentum (280-272 a.C.) (Vetrine Taranto I/1, cat.1). © SBAP.
Quasi contemporaneamente iniziava l’opera, non meno preziosa per il progresso della numi-
smatica in Puglia, di “monitoraggio”delle scoperte, salvando dati relativi a quei rinvenimenti che
le leggi del tempo abbandonavano alla dispersione. I parlamentari dell’età umbertina esitavano a
proporre norme atte a tutelare efficacemente le antichità. A Roma l’Accademia dei Lincei, grazie
all’impegno di Fiorelli, aveva dato corso con regolarità alla pubblicazione delle “Notizie degli Scavi”.
In questa sede si dava conto non solo di quei ritrovamenti che potevano essere assicurati ai musei,
ma anche di quelli, per i quali era possibile, purtroppo, dare solo una sommaria notizia, grazie ai
numerosi corrispondenti che erano in relazione con l’Accademia in tutta Italia.
Dalla Puglia, due segnalazioni particolarmente importanti su monete scoperte nella zona di
Taranto, giunsero dal Viola e dallo Jatta, figlio del fondatore del Museo Ruvo. Quest’ultimo, diede
notizia grazie ad un dotto arciprete che ne era entrato in possesso, di alcuni vasi magnogreci sco-
perti a Taranto e passati per commercio antiquario nella Puglia centrale, dove l’arciprete li aveva
acquistati. In tale occasione, incidentalmente e senza enfasi, il che forse portò i contemporanei a
trascurare la notizia, egli segnalò che era stato trovato anche “un mezzo darico d’oro, con area in-
cusa da un lato, e re sagittifero dall’altro” . Anche se ovviamente non siamo in grado di dare precisa
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collocazione cronologica alla dispersa moneta, la presenza di un manufatto conferma comunque
quella possibilità di contatti tra impero persiano e Puglia meridionale nei primi decenni del V secolo
a.C. ricordata più tardi da Erodoto. È noto infatti da Erodoto che il re di Persia inviò un’ambasceria
a Taranto, e che i Persiani, naufragati sulle coste del Salento, furono salvati e posti in grado di ritor-
nare dal Gran Re da un tarantino che viveva in Messapia (Storie, III, 136-138).
Uno dei primi numeri di “Notizie degli Scavi” conserva la descrizione di monete d’oro scoperte
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a Taranto in una località nota come il “Tesoro”, inviata dal Viola. Il ritrovamento mostrava non solo
la presenza di monete d’oro tarantine in parte poi passate nella raccolta Vlasto a Marsiglia, ma
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anche di monete d’oro macedoni di Filippo e di Alessandro, che costituivano gran parte del tesoro,
fatto che merita riflessione. Questo tesoro ci mostra meglio di qualsiasi altro ritrovamento noto per
l’area apula, come la moneta macedone d’oro potesse essere presente nel territorio di Taranto, fatto
forse non abbastanza considerato nella sua importanza per la storia monetaria. La presenza di oro
macedone, in quantità tale da condizionare la circolazione anche in una città come Taranto, che
aveva da tempo moneta propria, mostra materialmente come l’Occidente fosse esposto a rischi di
soggiacere alla supremazia macedone. Senza la creazione in Occidente di un sistema monetario
atto a contrastare la supremazia monetaria dell’impero d’Alessandro, l’espansione della moneta
macedone avrebbe condizionato in modo determinante l’economia dell’intera area italica, e portato
inevitabilmente la penisola sotto il dominio politico della Macedonia. Se questo non avvenne, la
spiegazione può essere anche nel fatto che in Italia a quelle monete di Filippo e di Alessandro si
poteva contrapporre efficacemente un altro sistema monetario. Il pericolo, costituito dall’afflusso in
Italia di moneta macedone, di cui il tesoro segnalato dal Viola resta uno dei più significativi esempi,
non poteva non essere evidente ai contemporanei, a Roma e in Campania, e in genere nell’area
Il MedaglIere del Museo NazIoNale archeologIco dI TaraNTo L. Tondo

