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472 Medaglie devozionali della bottega Hamerani
di uno o più oggetti della serie ma che crea un unicum, un corpus organico di una produ-
zione seriale ma differenziata.
La bottega è un organismo complesso non è solo luogo di produzione e di “commercio”
ma anche di formazione.
Ridolfino Venuti, nel Discorso sopra Giovan Andrea Hamerani ci riferisce come nella
bottega Hamerani alle commissioni e al lavoro si affiancava la formazione familiare. Una “ac-
cademia” in cui allo studio del disegno e dell’arte si affiancava la formazione “tecnica” con
una costante attenzione alle nuove generazioni. I giovani venivano avviati alla professione
dalla più giovane età e, fatto particolare, anche le donne.
Le donne “artiste” erano rare nel Seicento, spesso operavano in arti “minute” e di preci-
sione, ma l’arte del conio era saltuariamente considerata adatta al genere femminile. Alberto
Hamerani (1620-1677), figlio di Johannes (1620-1677) introdusse all’arte della glittica la figlia
Anna Cecilia (ca. 1642-ca.1679): «fu riguardevole nell’intagliare a rota i cristalli, restringendo
adattamente e con buon gusto in piccolo sito istorie copiosissime di figure, e di tali sorta sono
i cristalli intagliati di sua mano, che si veggono incastrati nelli candelieri d’oro di San Pietro
in Vaticano» . All’intaglio del cristallo si dedicò anche la sorella Caterina .
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La figlia maggiore di Giovanni Martino, Beatrice (1677-1704), fu un altro esempio di
artista al femminile nella difficile arte dell’incisione, Venuti così la descrive: «la maggiore di
tutti, per nome Beatrice, che gli fu di molto sollievo aiutandolo ne’ suoi lavori. Ella modellò in
cera lodevolmente, ed intagliò in acciaro quantità grande di sigilli e di medaglie di devozione
con esempio certamente raro e forse unico in donna, trattandosi d’una professione tanto dif-
ficile. Tra le medaglie papali sua è quella dell’anno II di Clemente IX con la Consacrazione e
spedizione di monsignor di Tournon, legato apostolico nella Cina, la quale fu da lei intaglia-
ta per supplire al bisogno in tempo della paterna infermità, ma poco dopo in età giovanile
premorì al padre, sovracolta da mortali sintomi provenienti da una escrescenza acquosa nel
mezzo del cerebro, sì come fu riconosciuto nell’apertura del cranio, e si disse forse causatale
dall’applicazione troppo gagliarda e troppo superiore al suo sesso, il che seguì nell’anno di
nostra salute 1704 e della sua di età 29» .
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Giovanni Martino (1646-1705), fu avviato al disegno e all’arte dell’incisione dal padre
Alberto e dopo la morte del padre condivise la bottega per alcuni anni con l’orafo Cristoforo
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Melchiorri (o Marchionni) . Dal 1668, a seguito di commesse importanti anche fuori l’ambito
romano, cominciò a lavorare per la Camera Apostolica con la commissione di sigilli e poi
medaglie fino a che nel 1679 (dopo l’operato di Gaspare Morone e Girolamo Lucenti, maestro
de’ ferri fino al 1676) fu deputato incisore delle stampe della Zecca.
Giovanni Martino, oltre a prestigiose commesse ebbe anche degli interessi antiquari e
“culturali”. Acquisì un notevole patrimonio di opere d’arte, collezione che arricchì nel tempo
e creò una raccolta di conii, oltre a quelli realizzati dalla bottega, con acquisti di conii ponti-
fici di altri medaglisti Possiamo immaginare che questo patrimonio era una parte importante
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dell’accademia familiare, sia per lo studio delle iconografie che per lo studio del disegno,
quest’ultimo considerato elemento fondamentale della formazione e della pratica delle arti.
L’ampiezza e “multidisciplinarità” della bottega si evince in un inventario del 1705 redatto
alla morte di Giovanni Martino, in cui si notifica la menzionata raccolta di conii e punzoni di
medaglie pontificie e di devozione, ma anche corone e altri oggetti d’arte disposti in vetrine per
la vendita e gemme per cammei medaglie in filigrana . L’inventario riporta una consistente pre-
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senza di modelli in cera per medaglie, di cui alcuni attribuibili ai figli fra cui Beatrice , disposti
in cornici e con disegni preparatori e bozzetti. Ciò ci fa intuire come la realizzazione di modelli in
cera per lo studio dell’incisione fosse una pratica importante. Una cosa interessante nel documen-
to è la descrizione di modelli di sculture in terracotta, di sculture in cera rossa e di tre crocifissi
“di rame grandi, con le croci in pero due del Langardi e due di Domenico Guidi” . Questi oggetti,
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come sottolineato da Lucia Simonato che ha pubblicato questo inventario, possono far ipotizzare
all’interno della bottega vi fosse anche una pratica di fonderia legata alla scultura.
L’ampiezza dell’attività di bottega a collezione “antiquaria” e il repertorio di opere ed
esempi è confermata nell’inventario del 1739. Il documento, pubblicato da Serafina Pennestrì,
si riferisce al 1734, quando la bottega “all’insegna della Lupa” situata nella via dei Coronari e
ampliata da Ermenegildo e Ottone, era oramai una Zecca Provvisionale .
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Tecnica, praTica e ricerca della BoTTega Hamerani R.M. Villani
Libro PNS 15.indb 472 03/03/21 19:00

