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                  rato sia agli uni sia agli altri per raffigurare un edificio probabilmente più simbolico che reale.
                        Intanto, tra il 1508 ed il 1510 l’appalto della Zecca era stato tolto ad Antonio Segni ed ai
                  suoi soci e concesso alla potente casa bancaria tedesca dei Fugger, a cui vennero affidati pure
                  i lavori di ristrutturazione della nuova sede della Zecca in Banchi, nell’isolato compreso tra la
                  via Papalis e la via Florida. Qui, nel palazzo in Banchi, la Zecca di Roma rimarrà fino al 1541
                  circa, e vedrà succedersi diversi zecchieri. Qui rimase pure – naturalmente inattiva – nel 1527,
                  durante il terribile Sacco di Roma, quando i Lanzichenecchi assaltarono e devastarono l’intera
                  città con i suoi edifici privati e pubblici tra cui la stessa Zecca, come scrive il veneziano Marin
                  Sanudo nei suoi Diarii, in cui riporta la copia di una lettera dell’arcivescovo di Zara, scritta
                  da Castel sant’Angelo appunto nel 1527, in cui si dice:
                        …furno assaccheggiati li registri […] et supplication, et gran parte dei libri della Camera Apos-
                        tolica, et tutti li notari indifferenter, et buttavano tutti li registri et altre scritture per le strade;
                        et quanto assaccheggiorno Banchi, gittorno per le finestre in la strada li libri et altre scritture
                        de importantia. Et da Castello se vedeva la strada de Banchi fino alla Zecca coperta de scrit-
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                        ture che pareva fosse fiocato .
                        Per coniare le monete necessarie per pagare il riscatto e liberare Roma dai Lanzichenec-
                  chi, Clemente VII, data l’inagibilità della Zecca in Banchi, si servì di un’officina allestita in Ca-
                  stel sant’Angelo. Terminata finalmente l’occupazione di Roma da parte delle truppe imperiali,
                  il papa, tornato nell’ottobre del 1528 in Vaticano da Orvieto, dove si era rifugiato, concesse
                  l’appalto della Zecca a Girolamo de Ceulis. Questi, nell’impossibilità di utilizzare momen-
                  taneamente la Zecca in Banchi, sottoposta ad un generale restauro insieme ai macchinari,
                  distrutti anch’essi dalla furia dei Lanzichenecchi, si servì per la coniazione delle monete della
                  sua officina monetaria situata presso la Torre dei Mellini, nelle vicinanze dell’inizio di via dei
                  Coronari dalla parte di piazza Navona. Quindi, non prese in affitto una casa privata qualsiasi
                  per istallarvi provvisoriamente la Zecca, come avevano fatto continuamente gli zecchieri pri-
                  ma che Giulio II scegliesse per essa un edificio in Banchi. Del resto una propria officina, dove
                  poter realizzare medaglie, generalmente fuse, sia private sia talvolta anche papali, abbiamo
                  visto che la possedevano a Roma diversi medaglisti. A quelli già citati possiamo aggiungere,
                  per esempio, il parmense Gian Federico Bonzagni, nato tra il 1508 ed il 1510, che durante il
                  suo lungo soggiorno romano fu al servizio di diversi papi quali Paolo III, Paolo IV, Pio IV, Pio
                  V, Gregorio XIII e Sisto V. Era stato chiamato a Roma intorno al 1554 dal fratello maggiore
                  Gian Giacomo, che lo aveva preceduto nella Città dei papi tra il 1526 ed il 1530. I due fratelli
                  avevano un loro laboratorio per la realizzazione delle medaglie nella zona dei Banchi, in via
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                  di san Celso, dove sicuramente c’era anche un torchio , come è documentato nell’elenco dei
                  beni menzionati nel testamento di Gian Federico. Quando Gian Giacomo morì, nel gennaio
                  del 1565, nella sua abitazione in via della Croce, dove aveva trascorso gli ultimi anni della
                  sua vita, il fratello Gian Federico dopo un po’ di tempo, forse nel 1568, fece venire a Roma,
                  perché lo aiutasse nell’incisione dei coni, il figlio della sorella Barbara, Lorenzo Fragni, che
                  diventerà a sua volta un celebre medaglista.
                        Così i due fratelli Bonzagni ed il loro nipote Lorenzo Fragni caratterizzarono con la loro
                  arte e la loro abilità tecnica la medaglistica di buona parte del XVI secolo, dando vita quasi ad
                  una piccola dinastia di incisori ed aprendo la strada ad altre dinastie, anche più longeve e famo-
                  se, di artisti dei conii di medaglie, ma anche di monete, principalmente papali. Dinastie quasi
                  sempre proprietarie di officine più o meno attrezzate, dove realizzare ogni tipo di medaglie e,
                  in situazioni particolari, pure monete, entrando quasi in concorrenza con la Zecca papale.
                        Queste officine o stabilimenti di coniazione avevano spesso anche dei nomi, delle “in-
                  segne” per distinguersi le une dalle altre e garantire, quasi, l’eccellente qualità della coniazio-
                  ne. Basti citare come esempi l’officina o bottega “all’insegna dell’Aquila” dei Travani; quella
                  “all’insegna della Campanella”, dei Lorenzana; quella, la più celebre di tutte, “all’insegna
                  della Lupa”, della famosa famiglia degli Hamerani, i cui membri per oltre 130 anni saranno
                  gli incisori ufficiali dei sommi pontefici. Non si può tralasciare di citare pure un’altra officina
                  o fonderia romana, che pur non avendo un’insegna propria con cui distinguersi dalle altre,
                  vivrà momenti di meritata notorietà, tanto che nel 1627 in essa verranno fuse le quattro spet-
                  tacolari colonne tortili e tutte le altre parti in bronzo del gigantesco Baldacchino del Bernini,



                  La nascita deLLa medagLia a Roma                                                       G. Alteri





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