Page 138 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n.2-2013
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138 Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia CONTRIBUTI
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bastavano, per farci credere che si potesse cambiare tutto e subito. Illusione e determinazione che
alcuni di noi hanno pagato successivamente a caro prezzo.
Fu in quel fervore di idee che scoprii Muro Tenente. Di quel luogo, invero, avevo sentito par
lare sin da quando ero bambino. Nei racconti ascoltati nelle lunghe sere d’inverno intorno al fuoco,
Muro Tenente era un luogo misterioso, nel quale accadevano cose terribili. Fantasie popolari, forse.
Paure collettive, rinvigorite dall’ignoranza e dalle condizioni di vita insopportabili, nelle quali la
gente era stata costretta a vivere durante e dopo il secondo grande conflitto bellico.
Nei primi anni ’40, ricordo, Latiano si svegliava ancora prima dell’alba, coi fragori dei carri e
degli zoccoli dei cavalli sul selciato. Era un pugno di case, basse e bianche di calce, nel cuore della
eterna foresta di ulivi giganti. Non ve ne sono di simili in nessun altro luogo d’Italia. Primeggiavano
solo gli antichi monumenti: la Chiesa Madre, il Palazzo di Città, l’antica Torre del Solise, l’ex Con
vento dei Domenicani, volgarmente chiamato Palazzo di cristallo, perché privo di porte e vetri, e,
comunque, abitato dalle famiglie più povere, le poche case patrizie (figg. 1-2).
Poco più in là, il canale Patro, che mi aveva visto nascere. Confine naturale certo, oltre il qua
le, in aperta campagna, dopo l’ultima strada, si intravvedevano le Scuole Elementari. In autunno,
quando le piogge si facevano insistenti, lui si gonfiava d’un tratto, invadeva le vie e le case, prima
di andarsi a rovesciare a valle nel Canale Reale, vicino al Cimitero.
In quei frangenti, i bambini uscivano dai tuguri e si tuffavano gioiosamente nell’acqua color
ocra. Avrei fatto qualunque cosa per unirmi a loro. Mia madre però non me lo consentiva ed io,
crucciato, restavo a guardare dal balcone di via De Virgilis, quello stupendo, chiassoso spettacolo.
A quell’epoca, le donne sembravano tutte eguali, avvolte in scialli neri, dalla testa ai piedi.
Al mattino, sgattaiolavano frettolose di casa in casa, per scambiare frugalità con le vicine: car
boni ardenti su palette di ferro, pugni di farina, porzioni di fave preparate il dì precedente.
Fig. 2 – caSa - muSEo ribEz
zi - PETroSillo laTiano,
Di
Latiano, Municipio e Chie
sa del Rosario. Su gentile
concessione del Museo Ri
bezzi di Latiano.
Ci si scambiava pure pane grigio, sempre poco per tutti. La carne quasi non esisteva. La pasta si
comprava sfusa per mangiarla la domenica, con un bel pezzo di lardo sopra, che valeva per secondo.
Negli altri giorni, la pietanza era per molti a base di fave con cicorie campestri. Insieme, si attingeva da
un unico piatto grande di creta, al centro della tavola. Nelle case non c’era l’acqua corrente e i gabinetti
erano nell’orto, a cielo aperto.
Tutte le sere, poi, s’udiva provenire da fuori una voce, quasi un lamento che annunciava: animee
sorellee! Anime sorelle! Mi venivano i brividi. Pensavo che, a quell’ora incerta, le anime dei morti uscis
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