Page 139 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n.2-2013
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Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia CONTRIBUTI 139
sero dal Camposanto e venissero nelle case. Quando poi dovevo andare a dormire scoppiavano i
drammi.
Seppi, più tardi, che quella era la voce di un innocuo omino che faceva la questua per le vie
del paese per conto della Confraternita della morte.
La luce di sera, nelle case, era scarsa, perché si doveva risparmiare. I vicini, dopo cena, si ritro
vavano intorno al fuoco a chiacchierare, prima di andare a letto. Nella penombra, passati al setaccio
i fatti del giorno, chissà perché le ciarle finivano sempre in storie misteriose, spaventose a volte,
almeno per noi bambini. Saranno state le superstizioni o i tremendi lutti provocati dalle guerre, sta
di fatto che riemergevano racconti di morti, di sepolti vivi, di uccisioni e tragedie di ogni genere. In
quei rosari capitava pure Muro Tenente.
Narravano che di notte lì si aggirassero persone che scoperchiavano le tombe. Lottavano con
tro gli spiriti maligni per impossessarsi delle “occhiature” o anche “acchiature”, da cui traevano poi
ingenti ricchezze, a prezzo della loro anima che avevano venduto al diavolo. Costoro, poi, venivano
perseguitati dalla mala sorte e morivano tra sofferenze inenarrabili. Sta di fatto che, in quei frangenti
e dopo, quando mi ritrovavo al buio, a me accadeva veramente di vedere, qua e là, occhi di fuoco,
ombre che si acquattavano, spiriti che venivano a ghermirmi per farmi del male. Terrorizzato, mi
avvinghiavo al collo di mia madre e piangevo lacrime giganti per non andare a dormire.
Allorché da adulto ho cominciato, per caso, a occuparmi di Muro Tenente, quelle fantasie era
no ancora presenti nella mia memoria.
Correva il mese di luglio del 1969. Alla Pro Loco rimbalzò la notizia che a Muro Tenente si
stava consumando uno scempio. I Monaci Cistercensi, proprietari di una parte consistente dell’a
gro in cui da sempre erano state scavate tombe e rinvenuti preziosi reperti archeologici, avevano
deciso di svellere il vigneto, per impiantarvi una nuova coltura. Potenti trattori erano stati messi
all’opera per dissodare il terreno in profondità. Nel disinteresse generale, il vomere stava sradican
do e frantumando ogni cosa trovasse di fronte. Ci precipitammo sul posto per constatare di perso
na cosa stesse succedendo. Rimanemmo trasecolati. La superficie del terreno, a perdita d’occhio,
era letteralmente disseminata di cocci di reperti archeologici d’ogni tipo. Frammenti di aryballos,
crateri, hydrie, lekythos verniciati in nero lucente, marrone rossastro e finemente decorati, anse di
trozzelle, beccucci di lucerne, centinaia di tronchi di piramidi in creta di varia grandezza, utilizzati
nell’antichità come contrappesi dei telai, tegole, resti metallici di arnesi e armi, lastre di pietra cal
carea frantumate.
Un vero flagello che la furia dell’aratro e la stoltezza dell’uomo stavano provocando. Dopo più
di 2.500 anni, il vomere dissacratore stava dilapidando le tracce dell’antichissima civiltà messapica
che la terra, fino ad allora, aveva custodito teneramente. O quelle di epoche addirittura precedenti,
come le tombe a fossa, dette “terragne” del V secolo a. C. due semplici lastre di pietra grezza, tra le
quali erano stati rinvenuti scheletri umani, rannicchiati sul fianco in forma fetale.
Con pesanti mazze di ferro, erano stati pure distrutti alcuni enormi stompatoi di pietra bianca,
a forma di tronco di cono. Alti più di un metro e mezzo, a bocca ampia, quei macigni, ai nostri
antichiavi erano serviti per macinare il grano. Anziché essere recuperati, ora erano stati ridotti a
pietrame informe.
Com’era possibile che, di fronte a quelle azioni, nessuno stesse muovendo un dito? Dove erano
le Autorità locali, le Istituzioni preposte alla tutela dei beni della nostra storia più arcaica, gli eredi
di quegli Ordini che, nei secoli bui, avevano salvato dalla distruzione la nostra cultura?
In verità, secondo qualcuno, ma erano sicuramente voci malevole, quegli interventi così radi
cali non erano per niente casuali. Si voleva estirpare per sempre la mala pianta dei tombaroli, che
fino ad allora avevano seriamente danneggiato le colture.
Per porvi rimedio, decidemmo di sensibilizzare il Soprintendente ai Beni Archeologici di Taran
to, prof. Felice Lo Porto. Gli chiedemmo di intervenire con urgenza. Venimmo rassicurati: personale
della Soprintendenza sarebbe intervenuto prontamente.
Soddisfatti dell’esito, ci preparammo all’incontro ufficiale che si sarebbe tenuto di lì a qualche
giorno a Muro Tenente. Quando arrivò il momento, ci trovammo di fronte un anziano signore, che
si presentò come custode della Soprintendenza di Taranto. Il signor Cosimo Tanzarella, risiedendo
a Latiano, aveva accettato di buon grado l’incarico di venire a controllare cosa stesse succedendo a
Muro Tenente.
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