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140 Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia CONTRIBUTI
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Fig. 3 – laTiano, Campo di lavoro 1970,
organizzato dal Centro di Animazione
Culturale di Latiano, in collaborazione
col Movimento Cristiano per la pace.
Volontari al lavoro per il diserbamento
della muraglia della necropoli messapica
di Muro Tenente. Su gentile concessione
del fotoreporter Crocifisso Turrisi.
Ci aspettavamo una squadra di tecnici e un formale atto di fermo dei lavori in corso. Ci ri
trovavamo, invece, soli e impotenti, di fronte allo scempio. Delusi in cuor nostro, ci mettemmo a
disposizione del gentile inviato del Soprintendente. Ci spiegò che il prof. Felice Lo Porto era un
grande esperto di archeologia preistorica e perciò teneva molto a quei siti, ai quali destinava gran
parte delle risorse finanziarie disponibili. Per quell’anno i programmi di scavo erano stati avviati e,
pertanto, non vi erano maestranze disponibili per Muro Tenente. Ci chiese, perciò, di fare noi, che
eravamo giovani, quello che avrebbero fatto i tecnici della Soprintendenza, se vi fosse stata la loro
presenza, cioè, controllare assiduamente i lavori degli operai e riferire a lui che, a sua volta, avreb
be informato i suoi Superiori. In tutto il fondo era rimasto un solo albero. Il sig. Tanzarella si mise
lì sotto per ripararsi dai raggi cocenti del solleone, rimanendo a nostra disposizione per eventuali
necessità.
Ci mettemmo subito al lavoro (figg. 3-6). Formammo delle squadre, con il compito di sorveglia
re a distanza tutto quello che gli operai facevano. La situazione sembrò volgere al meglio. Sicura
mente per la nostra presenza. Forse anche per le notizie apparse sulla stampa locale e per l’allarme
pubblico che ne era seguito. Tuttavia, nei giorni successivi, accadde un fatto sconcertante, che si
ripeté puntualmente altre volte. La sera, quando gli operai lasciavano il lavoro, noi pure rientrava
mo a casa. Stanchi, ma soddisfatti. Nulla avrebbe potuto destarci preoccupazione. All’indomani
mattina, invece, la sorpresa. Una o più tombe a sarcofago erano state profanate. Terra ammassata
intorno. Un foro circolare nel lastrone di carparo, appena sufficiente perché potesse penetrarci un
persona smilza. All’interno, niente di niente. Stupiti, ci chiedevamo chi mai avesse potuto fare quel
lavoro, con tanta matematica precisione e tempestività. Non potendo essere indovini, i tombaroli
agivano per mezzo di particolari congegni elettronici? A fare quel lavoro potevano essere gli stessi
operai che noi controllavamo durante il giorno? Ritornare dopo una faticosa giornata, cercare alla
cieca in un’area così ampia, scavare, rompere il macigno, rimuovere la terra all’interno dell’avello,
asportare con cura il corredo funebre, oggetto per oggetto, senza rompere nulla. Il tutto, in poche
ore e al buio. No, non era possibile!
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