Page 367 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n. 11.1-2018
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Complesso Monumentale della Pilotta – VETRINE 365
Della tipologia di sesini con Parma in vesti di Minerva e la legenda (Parma) RESTITVTA
(cat. nn. 50-51) non sono in grado di deciderne l’attribuzione, se a papa Adriano VI oppure
a Clemente VII. La stessa incertezza riguarda anche le monete con la medesima rappresenta-
zione di Parma/Minerva su di un lato e sant’Ilario a mezza figura, benedicente, dall’altro (cat.
nn. 48-49). Nel CNI questi pezzi sono assegnati al periodo di sede vacante seguito alla morte
di Adriano VI (14 settembre-18 novembre 1523) ma per quanto detto sopra a proposito dei
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mezzi giulî (o grossetti?) anonimi con san Tommaso, respingerei questa ipotesi . Anche il
loro valore è dubbio. Per Affò si tratterebbe di terzi di giulio, mentre sul Corpus e da Muntoni
queste monete sono indicate come mezzi giulî 161 . Secondo Zanetti, che fa notare come titolo
e peso siano inferiori a quello dei mezzi giulî, sarebbero dei terzi di giulio . Tra il materiale
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che nel 1554 il Bonomo vende ad Angelo Fraschini vi è «un ponzone da parpaiolle con S.to
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Hilario» che potrebbe riferirsi proprio alla moneta in oggetto . A Parma nei primi decenni
del Cinquecento con il termine ‘parpagliola’ si indicavano monete dal valore di circa la metà
di quello dei mezzi giulî, pertanto le «parpaiolle con S.to Hilario» potrebbero indicare dei
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grossetti da tre soldi oppure dei terzi di giulio da soldi due e denari sei .
Secondo Lopez, la richiesta di 13.000 scudi fatta dalle truppe francesi alleate del papa
determinò una scarsità di metalli preziosi da monetare che a sua volta portò alla chiusura del-
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la zecca dal 25 settembre 1526 fino al 1535 . È noto come quella di Piacenza cessò l’attività
dal 23 dicembre 1528 fino al pontificato di papa Farnese; non si può quindi escludere che la
stessa cosa sia accaduta a Parma . Secondo Affò, nel 1528 e ancora nel 1530 si fecero dei
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tentativi per riaprire la zecca, ma entrambi non andarono a buon fine .
Papa Paolo III Farnese fu eletto il 13 ottobre 1534 e regnò su Parma fino all’agosto del
1345. La zecca iniziò a lavorare non prima della fine di febbraio del 1535 (la concessione è
del 20 febbraio). Un capitolato di zecca del 7 dicembre 1535 prevedeva la coniazione di scudi
d’oro, doppi giulî, giulî, mezzi giulî e grossetti da soldi tre in argento, sesini, quattrini e de-
narini in mistura. Una proposta di capitolato del primo giugno 1538, obbligava lo zecchiere
a coniare scudi d’oro, paoli, mezzi paoli, terzi di paolo, quattrini e denarini, lasciandogli la
facoltà, se avesse voluto, di battere anche grossetti e soldini 168 . Un’altra proposta di capitolato,
del 5 marzo 1544, dava invece facoltà allo zecchiere di battere scudi d’oro, paoli, mezzi paoli,
terzi di paolo e grossi da due soldi e mezzo in argento, soldi, sesini e quattrini in mistura,
bagaroni in rame . Secondo Coggiola il capitolato del ’44 rimase allo stadio di progetto e la
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zecca, chiusa nel 1540, fu riaperta solamente nel 1550 . Non è chiaro quali, di tutte queste
monete, siano state effettivamente coniate. In letteratura a Paolo III sono attribuiti scudi e
mezzi scudi in oro , paoli (da quindici soldi) e terzi di paolo in argento e sesini e quattrini
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in mistura. A mio parere alcune di queste denominazioni sono inesatte: la moneta con lo stem-
ma papale da un lato e la croce incavata dall’altra è senz’altro un terzo di paolo (cat. n. 66),
ma quella con al rovescio san Tommaso stante, indicata nei testi nello stesso modo, in realtà
sarebbe un grossetto (da due soldi e mezzo) (cat. n. 67). Si deve notare come nel documento
di cessione del materiale di zecca dello zecchiere Bonomo al Fraschini già ricordato, si citi
«un ponzone da colombini con S.to Thomaso». Ora, il fatto che con il nome colombine fossero
chiamati i grossetti da tre soldi dal peso di circa 2 grammi emessi a Reggio Emilia , mi fa cre-
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dere che la colombina parmigiana con san Tommaso sia da riconoscere proprio nella moneta
di papa Paolo III sopraccennata. Come per i mezzi giulî e i grossetti del periodo di Adriano VI
(supra), anche in questo caso un’analisi metallografica consentirebbe di averne la sicurezza .
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Due documenti pubblicati da Affò permettono di stabilire come nell’aprile 1537 fossero
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senz’altro stati battuti giulî e denarini in mistura . Se l’identificazione di questi giulî con
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le monete indicate generalmente come paoli non comporta particolari problemi , l’indivi-
duazione dei denarini è più difficile. Una piccola moneta in mistura a nome di Paolo III,
conosciuta in un unico esemplare conservato presso il Museo Bottacin di Padova, per la sua
somiglianza tipologica con i bagaroni (busto/croce), potrebbe essere proprio uno di questi
denarini 176 . Se il ragionamento è giusto, allora si può attribuire lo stesso valore di un denaro
e a papa Farnese anche un’altra rarissima monetina anonima con il busto di sant’Ilario da
un lato e una croce gigliata con legenda AVREA PARMA dall’altro (cat. n. 73). A mio parere
l’aspetto di sant’Ilario su questa moneta ricorda il volto di papa Paolo III raffigurato sul de-
narino del museo di Padova .
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MONETE MEDIEVALI E MODERNE E zECCA DI PARMA M. Bazzini

