Page 375 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n. 11.1-2018
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Complesso Monumentale della Pilotta – VETRINE                                               373



                  Dopo un breve periodo di dominio austriaco, con il Trattato di Aquisgrana del 1748 il
            Ducato di Parma e Piacenza, cui fu aggiunta Guastalla (che dopo la morte del duca Giuseppe
            Gonzaga, avvenuta nel 1746, per diritto di devoluzione era tornata all’Austria), fu assegnato
            a Don Filippo di Borbone (1720-1765), fratello minore di Carlo di Borbone. Filippo I di Bor-
            bone giunse a Parma nel 1749 e regnò fino al 18 luglio 1765, quando morì.
                  Fin da subito Filippo si interessò ai problemi monetari del Ducato e pensò di riattivare
            la zecca, ma tutto restò alla fase di progetto, anche per l’ostilità di Francia e Spagna. Di questo
            periodo sono note alcune prove di filippi in oro (da dieci zecchini?) e in argento, coniate nella
            zecca di Venezia e mai entrate in circolazione. Del filippo in oro furono coniati sei esemplari e
            di quello in argento circa una sessantina di pezzi . Secondo Lopez le monete furono realizza-
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            te nel 1755/56, quando Michel Dubois Chateleraux, direttore generale delle zecche di Parma
            e Piacenza , fu richiesto dalle autorità della Repubblica lagunare per ristrutturare la zecca e
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            impiantarvi dei torchi a bilanciere. In quell’occasione, forse per provare i macchinari, il Du-
            bois stampò i filippi, che però recano la data 1751. Al tempo di Lopez il museo di Parma pos-
            sedeva sia il filippo in oro sia quello in argento. L’esemplare in argento è ancora conservato
            nel medagliere (cat. n. 227) (fig. 78), mentre quello in oro fu rubato nel gennaio 1933 (supra).
                  Al duca Filippo I di Borbone, scomparso il 18 luglio 1765, succedette il suo secondoge-
            nito e unico figlio maschio Ferdinando I (1751-1802).
                  Per circa una decina d’anni non si pensò a riattivare la zecca. Secondo quanto scrive
            Lopez, alla fine degli anni settanta fu deciso di trasportare a Parma le attrezzature delle altre
            due officine monetarie ducali, Guastalla e Piacenza. Nel frattempo erano cominciati i lavori di
            ristrutturazione dell’edificio che avrebbe dovuto contenere la nuova zecca ma all’inizio degli
            anni ’80 le opere non erano ancora terminate . Nel 1781 furono coniati a Venezia alcuni
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            pezzi di prova di doppie, ducati e sesini 248 . Le prove delle doppie e dei ducati non sono cono-
            sciute, mentre di quelle dei sesini sono noti alcuni esemplari. Il museo di Parma ne possiede
            due, provenienti da altrettanti, differenti conî (cat. nn. 329-330). Sono inoltre presenti due
            impronte uniface in piombo; su una di esse è indicato il nome dell’incisore Angelo Carrara
            (cat. n. 332). Il Carrara era subentrato al Dubois come intagliatore di sigilli nel 1776 e a lui
            si devono i conî delle monete con il millesimo 1783. La conduzione della zecca fu affidata a
            Nicola Piacentini e Giambattista Ruspaggiari, soci.
                  Nel 1784 Giuseppe Siliprandi affiancò il Carrara nella produzione dei conî . Secondo
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            Affò e Lopez, tranne pochi pezzi del 1786, incisi da Giovanni Zanobio Weber , a partire dal
            1784 i conî di tutte le monete parmigiane furono lavorati dal Siliprandi . Nello stralcio di
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            una lettera pubblicato da Bellesia, si legge che «Avendo sempre più riconosciuto, che la parte
            dell’incisione per tanti capi diffettosa in questa R. Zecca procedeva puramente dal Carrara,
            ho creduto giusto di aderire alle istanze de’ R.R. Direttori col lasciare in libertà il suddetto
            Carrara, e richiamare all’esercizio d’incisore con tutta sollecitudine il Siliprandi, affinché
            nel breve tempo della dimora dell’incisore Werber (sic) possi impratichirsi particolarmente
            del modo, con cui lo stesso Werber facilita le incisioni, e riduce li conni ad una robustezza,
            che sino ad ora non era riuscita, come prevenni V.E. con mia rispettosa de’ 13 dicembre anno
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            prossimo scorso 1785» . Nella lettera, scritta dal delegato di zecca Cesare Ventura e datata
            8 maggio 1786, sembra di capire che l’allontanamento del Carrara fu richiesto espressamente
            dai «R.R. Direttori» Piacentini e Ruspaggiari. La rimozione dall’incarico però, più che nell’im-
            perizia del Carrara si deve forse ricercare nella sua incapacità di indurire e rendere i conî
            adeguatamente resistenti all’usura, tanto che il delegato di zecca si sofferma su come il Weber
            «[porti] li conni ad una robustezza, che sino ad ora non era riuscita» e nella sua lentezza di
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            esecuzione . Bellesia asserisce inoltre che il Weber giunse a Parma solamente il 6 maggio
            1786. Il richiamo del Siliprandi in zecca e il relativo ‘siluramento’ del Carrara, quindi, non
            dovette avvenire molto tempo prima. In effetti, un confronto dei pezzi del 1783 con quelli del
            biennio ’84-’85, a mio parere sembra indicare nel Carrara l’autore di gran parte delle mone-
            te di quegli anni e, forse, anche di un progetto di moneta da venti soldi con data 1786 (cat.
            n. 324). Innanzitutto mi sembra importante e indicativo il fatto che nelle monete di questo
            triennio sulle quali compare la testa del sovrano, sotto il taglio del collo sia sempre presente
            il simbolo della rosetta, che secondo Lopez era il segno identificativo del Carrara . Silipran-
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            di invece, una volta rimasto unico incisore, metterà sulle sue monete il proprio nome (più o


            MONETE MEDIEVALI E MODERNE E zECCA DI PARMA                                          M. Bazzini
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