Page 376 - Notiziario del Portale Numismatico dello Stato n. 11.1-2018
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374 Complesso Monumentale della Pilotta – VETRINE
meno abbreviato) oppure le sue iniziali o una stella a cinque punte. A questo punto, l’affer-
mazione di Affò, secondo cui già a partire dal 1784 Siliprandi fu l’artefice di tutti i conî utiliz-
zati in zecca, si può forse spiegare ipotizzando che il Carrara, quale incisore capo dell’officina
monetaria ducale, abbia realizzato i conî di dritto dei nominali maggiori (quelli nei quali era
richiesta l’effige del duca) e forse anche alcuni dei relativi rovesci, lasciando al Siliprandi la
realizzazione dei restanti punzoni e di entrambi i conî di tutti i nominali minori. Nel catalogo
ho cercato di attribuire all’uno o all’altro incisore i corrispondenti conî ma spesso il ricono-
scimento è dubbio e, in molti casi, azzardato. Solo una approfondita ricerca d’archivio potrà
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eventualmente fare luce su questa delicata e annosa questione . Certo è che tranne i pochi
esemplari prodotti dal Weber nel 1786 e già perfettamente identificati da Bellesia, da questo
momento fino al 1799 l’unico incisore della zecca ducale fu Giuseppe Siliprandi.
Durante il regno di Ferdinando I di Borbone furono coniate le seguenti tipologie di
monete: in oro, da otto doppie, da sei doppie, da quattro doppie, da tre doppie, doppie, mez-
ze doppie, zecchini; in argento, ducati (cat. nn. 228-230) (figg. 79-80), mezzi ducati (cat.
nn. 231-232), da sei lire (cat. nn. 234-235), settimi di ducato (cat. nn. 236-238), da tre lire (cat.
nn. 239-240), quattordicesimi di ducato (cat. n. 241) (fig. 81); in mistura, da venti soldi (lire)
(cat. nn. 242-246), da dieci soldi (mezze lire) (cat. nn. 247-254), da cinque soldi (cinquine)
(cat. nn. 255-260); in rame, sesini (cat. nn. 261-267).
Dal 1783 la zecca di Parma coniò anche il circolante per Piacenza e il suo distretto.
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Si tratta di pezzi da dieci soldi e da cinque soldi in mistura e di sesini in rame . Fin dal
medioevo, i territori che nel 1545 sarebbero stati unificati per formare il Ducato di Parma e
Piacenza avevano avuto lire di conto e corsi monetari differenti. Ancora nel 1785 la doppia
d’oro valeva novanta lire a Parma, settantacinque a Piacenza e novantatré lire e due soldi a
Guastalla; il ducato d’argento ventuno lire a Parma, diciassette lire e dieci soldi a Piacenza e
ventuno lire, quattordici soldi e sei denari a Guastalla . Nel marzo del 1795 Ferdinando I di
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Borbone decretò finalmente l’unificazione monetaria di tutto il Ducato .
Nel 1796, forse su richiesta di un privato, nella zecca di Parma fu coniata una moneta
imitante il yüzlük da cento para del sultano turco Selim III . Lopez crede che il duca possa
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aver inizialmente accordato a qualcuno la facoltà di coniare yüzlük per il commercio con il
Levante; tuttavia, al momento di iniziarne la battitura, accortosi forse su consiglio dei suoi
ministri di come la cosa potesse andare a suo pregiudizio, Ferdinando ne fece bloccare im-
mediatamente la produzione, che dunque non fu mai eseguita. Secondo la documentazione
rintracciata da Lopez ne furono coniati solamente due esemplari di prova i cui conî vennero
probabilmente realizzati dal Siliprandi. Uno di questi pezzi fa parte delle collezioni del Museo
Archeologico di Parma (cat. n. 268) (fig. 82), mentre del secondo esemplare già nell’Ottocento
si erano perse le tracce.
Dal 1789 e fino al 1799 la zecca fu condotta direttamente dalla Camera ducale tramite
un amministratore. Verso la fine del 1792, insieme con una riorganizzazione del personale di
zecca fu attuato un rinnovamento dei nominali in mistura e rame. Ufficialmente la riforma del
circolante si era resa necessaria per l’aumento, sul territorio del Ducato, di moneta contraffat-
ta e anche a causa dell’aggio eccessivo praticato dai privati nel cambio dei nominali maggiori
con la moneta ‘erosa’ . In realtà, secondo Lopez la manovra, che prevedeva il ritiro forzoso
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di tutto il circolante minore d’epoca farnesiana e di quello borbonico emesso fino a quel
momento, avrebbe cercato di nascondere una speculazione realizzata negli anni precedenti:
le monete in mistura emesse dal 1784 al 1792 avevano un valore intrinseco eccessivamente
basso rispetto a quello facciale e ciò aveva portato a un corso abusivo dei nominali maggiori,
valutati molto di più di quanto indicato nelle grida e nelle tariffe ufficiali. Accortisi dell’erro-
re le autorità ducali cercarono di correre ai ripari ritirando la vecchia moneta e coniandone
di nuova, di miglior lega; il tutto con un considerevole danno per le casse erariali . Per
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rendere riconoscibili le nuove monete fu deciso di aggiungere le lettere “D G” ai lati dello
stemma borbonico. Sembra che, forse dandolo per scontato, non si ritenne necessario spiega-
re il significato della sigla, tanto che già al tempo di Lopez non se conosceva più il senso e,
malgrado le ricerche, lo studioso non riuscì a reperire alcuna documentazione in proposito.
Lopez riporta alcune delle interpretazioni che ne diedero i suoi contemporanei: ‘denaro ga-
lantino’ (dal nome del ministro delle finanze ducali, Francesco Galantini), ‘denaro giusto’ o ‘di
MONETE MEDIEVALI E MODERNE E zECCA DI PARMA M. Bazzini

